Attualità

Venti anni fa Papa Wojtyla tornava alla casa del Padre

di Gino Zaccari -


“Vi ho chiamati e siete venuti” sono tra le ultime parole che pronuncia Giovanni Paolo II ormai quasi al termine del suo viaggio terreno, si rivolge in particolare ai giovani che pregano per lui in piazza San Pietro, sotto le finestre del palazzo apostolico dove il Papa “chiamato da un Paese lontano”, come disse lui stesso poco dopo la sua elezione, ventisette anni prima, sta aspettando di ricongiungersi al Padre, di tornarne tra le braccia di Maria, cui in vita ha sempre manifestato una devozione incrollabile, e la convinzione radicata e sincera che lei, la madre celeste, aveva deviato il proiettile che il 23 maggio 1981 quasi lo uccise. Quasi, perché il papa nel trasporto in ospedale perse tre litri di sangue, il polso era debolissimo, prima dell’intervento gli fu imposta l’unzione degli infermi dal segretario particolare, don Stanislao Dziwisz. Contro ogni previsione però, il cuore resse e il delicato intervento chirurgico all’intestino venne portato a termine. Il papa era salvo, dopo la convalescenza riprese il suo lavoro con il solito impegno.
Giovanni Paolo II è stato in assoluto “l’uomo più visibile della Storia”, scrisse George Weigel il suo biografo ufficiale, e ancora: “Quasi certamente è stato visto di persona da più gente di chiunque altro. Se a ciò si aggiunge l’effetto moltiplicatore della televisione, la portata della sua notorietà diviene quasi impossibile da cogliere”. È il papa che ha viaggiato di più nella storia, forse l’uomo che ha visto più luoghi della terra; dove ha portato il messaggio evangelico sempre con lo stesso fervore, quel fuoco della Fede che lo rendeva infaticabile. “I poveri non viaggiano” diceva a chi faceva osservazioni su questo suo essere un papa “globetrotter”, era lui che doveva raggiungerli. Gli affari di Stato per lo più li faceva gestire ai suoi collaboratori, Ratzinger prima di tutti. Eppure il suo peso da statista lo ha esercitato sempre e ovunque, basti solo pensare al ruolo centrale che ha avuto nel crollo del regime comunista in Unione Sovietica e nei Paesi del Patto di Varsavia, da quelle terre da cui egli stesso proveniva.
Ma quello che forse è stato il tratto che maggiormente lo ha distinto dai papi che lo hanno preceduto, e dagli altri grandi della Terra, era il suo rapporto con i giovani, aveva su di loro un carisma ineguagliabile, era il condottiero che poteva portarli ovunque voleva. Sua l’idea delle giornate mondiali della gioventù che attiravano milioni e milioni di giovani. Una dopo l’altra, eventi sempre grandiosi e intensi dal punto di vista della condivisione e della spiritualità, ma anche della gioia. L’apoteosi a Roma, in occasione della GMG del grande Giubileo del nuovo millennio, quando era già molto anziano e molto malato, eppure tirò fuori di nuovo energie incredibili, e spiegò, con un proverbio polacco, come ciò fosse possibile, era grazie ai giovani, perché stando con loro, era diventato anche lui, giovane. Fu un momento memorabile, per chi come me ebbe la fortuna e il privilegio di esserci, nell’aria c’era un’elettricità e un’energia che non possono essere spiegati e che erano fonte di una grande serenità, una gioia non terrena.
Eppure erano già tanti gli anni trascorsi da quando la sua salute aveva iniziato pericolosamente a declinare verso il peggio. Il tumore al colon, una spalla slogata, il femore rotto, problemi a un ginocchio, l’impianto di una protesi all’anca e Infine il Parkinson. “l’atleta di Dio”, come era stato definito per la sua prestanza fisica e la pratica di vari sport, si era ormai trasformato nella rappresentazione vivente della Passione di Cristo, e anche nelle peggiori condizioni di salute, non si sottrasse mai al suo impegno apostolico, anche attirandosi contro le critiche di chi lo accusava di spettacolarizzare ogni aspetto del suo pontificato. Ma lui mantenne la rotta fino all’ultimo.
Il giorno dei suoi funerali il mondo intero era lì, a Piazza San Pietro in Vaticano, credenti e non credenti, rappresentanti di tutte le religioni e Capi di Stato provenienti da ogni angolo della Terra, tutti a rendere omaggio a un gigante, che non era stato solo la guida dei cattolici ma un vero statista, un protagonista della politica internazionale e della vita sociale del ‘900, una voce autorevole di cui non si poteva non tenere conto. E poi c’era il vento, per i credenti era il segno della sua santità perché il vento, nelle Sacre Scritture è lo Spirito Santo; e il vento aveva caratterizzato molti momenti del pontificato di Karol Wojtyła, quel vento che per tutta la celebrazione dei funerali sfogliò il vangelo posto sopra al feretro, lo sfogliò sino alla fine, e poi lo chiuse, perché la parola di Dio restasse nel cuore di tutti i presenti e di tutti coloro che avevano seguito e amato Giovanni Paolo II.


Torna alle notizie in home