Editoriale

Un’Europa debole e confusa non aiuta noi cittadini europei

di Dino Giarrusso -


Quanto ci costa stare in Europa? E quanto rende? Per anni dietro queste legittime domande c’erano soprattutto i dubbi verso l’Euro, la moneta unica la cui adozione ha portato (e porta tuttora) con sé molte polemiche. “Usciamo dall’Euro” era più uno slogan politico utile a prendere voti che una prospettiva reale, giacché il sistema economico complessivo di cui l’Italia è parte avrebbe punito senza appelli il nostro paese, gravato dal suo immane debito pubblico, e dunque risparmiatori, famiglie e aziende italiane. Le perplessità sull’Europa, sul suo reale contributo a migliorare le nostre vite, però permangono. Anche il più convinto europeista non può negare, oggi, la grande fatica che l’Unione fa a rimanere centrale nello scacchiere internazionale. Abbiamo subito e subiamo la concorrenza dei Brics ma anche la debolezza ormai cronica al tavolo delle contrattazioni. Nella crisi ucraina, dovuta alla guerra d’invasione di Putin, l’Europa ha tentato in un moto d’orgoglio di dimostrare al mondo d’esserci, d’essere unita, d’essere forte, di contare ancora tanto sul mappamondo del terzo millennio. I risultati però sono purtroppo sotto gli occhi di tutti: un fiume di denaro speso da tutti gli stati membri, armamenti inviati all’esercito ucraino per tutta la durata del conflitto, sostegno morale e politico, il premio Sacharov 2022 assegnato al popolo ucraino, e così via. Dal punto di vista diplomatico, però, il grande sforzo dell’Europa non ha ottenuto risultati concreti, e questa è una realtà amarissima con la quale solo chi è in malafede può pensare di non fare i conti. Si è andati verso una sconfitta militare – nonostante il grande impegno economico e logistico profuso – e non si è fatto nessun passo avanti verso la pace, verso un accordo di compromesso, verso una vittoria della diplomazia contro l’uso della forza. Oggi Trump, che a Putin somiglia molto più di quanto i due non lascino trasparire, pare capace di sparigliare le carte e portare in tempi brevi ad un accordo di pace, scavalcando a piè pari l’Europa. Andremo a vedere con i sensi all’erta cosa accadrà davvero, oggi e nei prossimi mesi. Se ci sarà davvero una soluzione di compromesso, e se sì cosa pagherà l’Ucraina e quali passi farà la Russia del post-comunista e post-democratico onnipotente Vladimir Putin. Vedremo che interessi concreti hanno lì gli USA, oltre a quello di prendersi in un fiat il ruolo di protagonista assoluto della diplomazia mondiale. Vedremo insomma che sarà, ma non possiamo intanto non vedere con occhi tristi la riunione indetta da Macron, il tweet di Ursula von der Leyen, il balbettio indispettito ed impotente delle nostre alte istituzioni continentali. Trump sembra dire a tutti: “Non siete capaci di tener le cose in ordine nemmeno a casa vostra, adesso ci penso io”. È un modo di fare duro, ma è basato su una verità con cui da cittadini europei dobbiamo fare i conti. Giorgia Meloni fa bene (come farebbe bene qualunque presidente del Consiglio italiano) ad andare al vertice voluto da Macron, sia chiaro. Ma Meloni, come tutti i leader europei, oggi sta su una sponda del fiume senza sapere come guadarlo, mentre sull’altra sponda, irraggiungibile a noi del vecchio continente, si fanno gli accordi che contano. I corifei dell’europeismo acritico possono dire e scrivere ciò che credono, ma questa durissima sconfitta diplomatica e politica non la si può nascondere. Ora l’obiettivo deve essere limitare i danni e tornare a contare davvero. Ma come? E non c’è il rischio che sia troppo tardi?


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