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Turchia, la guerra di Erdogan ai cani randagi

di Martina Melli -


La Turchia ha un’antica tradizione, risalente addirittura all’impero ottomano: gli animali di strada sono formalmente accettati e perfettamente integrati nella vita civile. Questa peculiarità culturale ha affascinato e incantato per secoli visitatori da ogni parte del mondo.
Ora il governo turco, per favorire pulizia, ordine e decoro urbano, sembra intenzionato a sradicarli. Una proposta di legge – presentata dal presidente Recep Tayyip Erdoğan il mese scorso – radunerebbe i circa 4 milioni di cani randagi del Paese e abbatterebbe quelli che non vengono adottati entro 30 giorni, ovvero la stragrande maggioranza.
“Abbiamo un problema di cani randagi che non esiste in nessun Paese sviluppato”, ha detto il premier, proponendo questa soluzione radicale a quello che ha definito “un drammatico aumento della popolazione canina, degli attacchi e dei casi di rabbia”.
In effetti, solo per fare un esempio, nella civilissima Gran Bretagna (dove vengono installati spuntoni sugli edifici perché le piume e gli escrementi dei piccioni sono considerati economicamente intollerabili) le autorità locali possono sopprimere i cani randagi dopo soli sette giorni.
La Turchia è forse l’unico Paese al mondo in cui gli animali randagi hanno il diritto legale di abitare la strada, grazie a una legge del 2004 approvata dallo stesso Erdoğan.
È vero che negli ultimi anni la popolazione canina in Turchia è cresciuta in modo esponenziale, con grandi e talvolta pericolosi gruppi di cani scarsamente socializzati che vagavano per le periferie. Tuttavia, il governo ha fatto ben poco per mettere in atto misure di controllo più moderate, come le campagne di castrazione o i microchip di routine nei cani da compagnia così da scoraggiarne l’abbandono. L’unico elemento ironico, in questa triste storia, è il fatto che Erdoğan, un grande sostenitore dell’eredità ottomana e islamica della Turchia, ha cambiato completamente schieramento dopo essere stato messo sotto pressione dagli attivisti di destra che dipingono i loro oppositori come élite metropolitane maggiormente preoccupate dei diritti degli animali che del benessere dei cittadini.


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