Teatro e Mito, Theaomai: l’arte e lo sguardo di Dio
Teatro deriva dal greco θέατρον (théatron), “luogo di pubblico spettacolo”, a sua volta derivato dal verbo θεάομαι (theàomai) che significa “osservo”, “guardo”. Inizialmente indicava la gradinata da cui gli spettatori seguivano l’opera, poi il termine ha inglobato in senso lato il luogo predisposto alla rappresentazione degli spettacoli. Tommaso d’Aquino nella Summa Theologiae, riferisce il pensiero di Giovanni Crisostomo, secondo cui una delle possibili etimologie del termine “Dio” (in greco “theòs”) deriverebbe proprio dal verbo “theàomai” (“vedere”), a indicare che Dio vede chiaramente e simultaneamente tutte le cose. Quest’ultima significazione trova conferma dall’etimo derivante dal sanscrito “thieu”, che significa “luce”. Senza luce non è possibile vedere. L’illuminazione permette la conoscenza. Motivo per cui anche i termini teoria e teorema condividono la stessa radice. Scrive Angelo Tonelli in Eleusis e Orfismo: «È significativo che il verbo θεάομαι, “guardare a bocca aperta”, con meraviglia, in uno stato di coscienza assorto, aperto e contemplativo, costituisca la radice etimologica di théatron, il luogo di contemplazione dedicato a Dioniso». Teatro e dio sembrano condividere la stessa origine. Lunari ricorda che il Teatro, e in particolare la tragedia, per i greci era un vero e proprio rito. Qualcosa di sacro al quale tutti partecipavano, attori e spettatori. La nascita stessa del Teatro è inscindibile dal culto religioso in onore di Dioniso. Sempre Lunari in Breve Storia del Teatro scrive che introducendo la parola durante i ditirambi, i canti in onore del dio, la manifestazione religiosa assunse anche la sacralità artistica. Marco Valerio Montesano, mio fratello, nel suo saggio Sospendete le Ricerche scrive: “non è affatto un caso che il Témenos (o santuario) di Dioniso fosse adiacente al Teatro di Dioniso; e se nel santuario gli officianti del dio ballavano vestiti da caproni, è in questo stesso modo che sia Eratostene che Aristotele dicono sia nata la tragedia, non è dunque una concessione considerare anche gli attori alla pari degli officianti”. Teatro e sacralità, accomunati da riti collettivi. Nei quaderni di Carlo Diano, filosofo ed ellenista calabrese, che hanno portato alla stesura di Forma ed Evento e Linee per una Fenomenologia dell’Arte si trova un’interessante riflessione sul mito e sul suo rapporto, rispettivamente, con l’evento e il rito. Il mito è la rappresentazione visibile di un evento sacro, un’azione divina: “έργον (érgon, “opera”) di un θεός (theós, “dio”) o θεων (theòn, “dei”)” che si manifesta attraverso il dramma, l’azione. In origine, ogni mito trovava la sua vera vita nel rito “δρώμηνα” (drómena, “riti”), nella ripetizione collettiva che permetteva di rivivere l’evento sacro. Il mito e il rito erano inscindibili: la narrazione e l’azione, poi divenuta azione scenica, non erano solo rappresentazione, ma partecipazione diretta a una realtà divina. Quando il mito si separa dal rito, perde la sua forza originaria e diventa puro racconto, una costruzione logica o una favola senza più il valore esperienziale. Per Diano, ogni evento è δρᾶμα (drama), cioè azione. Nel Teatro antico, il δρᾶμα (drama) era letteralmente ciò che si compie sulla scena, un’azione rappresentata. Il teatro nasce come una forma rituale: le tragedie attiche, ad esempio, derivano dai riti dionisiaci, che erano azioni sacre ripetute collettivamente, come i δρώμενα (drómena) di cui parla Diano. C’è qualcosa di sacro, di divino, nei riti collettivi e il Teatro ne è un riflesso perché dionisiaco.
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