SILICON REBUS
La Germania sprinta, l’Italia balbetta. Il mega investimento europeo di Intel, che potrebbe portare in Europa una linea da 33 miliardi di dollari per la produzione di semiconduttori, non sembra aver risentito delle sirene Usa dell’Ira. Tuttavia, le trattative per le gigafactory europee sono ancora in itinere. Il governo tedesco ragiona con i dirigenti della multinazionale mentre in Italia, dove non c’è ancora nemmeno l’ufficialità del sito che dovrebbe occuparsi del packaging dei prodotti europei Intel, praticamente non se ne parla più. Almeno ufficialmente. Eppure c’è qualcosa che si sta muovendo. E che potrebbe pesare, e non poco, sulle future strategie di Intel.
Non si tratta dell’Inflaction Reduction Act ma di questi più prosaicamente legate ai soldi. La multinazionale, infatti, ha chiesto al governo tedesco maggiori incentivi per impiantare gli stabilimenti. Il problema, avrebbero fatto notare dall’azienda, è legato all’aumento dei costi delle materie prime e dell’energia. Che, in Europa, è diventata fin troppo preziosa a causa della crisi che si è innescata con l’esplosione del conflitto tra Russia e Ucraina. Se prima dalle istituzioni federali sarebbero arrivati 6,8 miliardi di euro, ora ne occorrerebbero almeno dieci per poter avviare il progetto. I tedeschi sarebbero disposti ad aumentare l’offerta sul piatto. Sempreché, beninteso, Intel sia disposta a investire in Germania prima e in Europa poi. Insomma, la trattativa adesso si fa (anche) politica. E in mano a Berlino c’è il pallino della questione. Che non è solo economico e produttivo ma anche, o forse soprattutto, politico. Se la Germania, infatti, aumenterà il suo investimento, potrà suggerire a Intel dove e se impegnarsi altrove. Tanto sul territorio nazionale quanto nel resto dell’Unione europea. La questione non è banale. Perché l’eco delle scelte potrebbero impattare, in maniera imponente, anche sui casi italiani. Già, perché se il core business di Intel, in Europa, diventa la Germania, sarà lì che verranno prese le decisioni. Anche sui siti italiani da coinvolgere (eventualmente) nel progetto. Diventerà importante considerare le infrastrutture e i collegamenti soprattutto con Magdeburgo, dove entro il 2028 dovrebbe sorgere la megafactory in cui si prevedono ben 3mila posti di lavoro. Per il Sud, già ai margini del progetto, si allontana anche solo la speranza di un coinvolgimento nel maxi piano di Intel. Si potenziano le chance del Veneto mentre appaiono sbiadite quelle del Piemonte a meno che la Francia non faccia uno scatto d’orgoglio che, ora, appare lontano. C’è tanto sul piatto. Oltre ai 33 miliardi da investire (più o meno…) subito, in dieci anni porterebbe in Europa finanziamenti e progetti da quasi ottanta miliardi di dollari. Finalizzati a implementare e potenziare le linee produttive e i poli di ricerca sui semiconduttori, praticamente il cuore della rivoluzione elettronica e digitale dei prossimi anni. Al momento, dal dibattito politico italiano, la questione Intel sembra praticamente scomparsa. Meglio parlare d’altro. Il tema sopravvive sulle colonne della stampa locale, interessata a comprendere lo sviluppo dei territori. Dal governo, le ultime parole sul piano risalgono a dicembre scorso. Quando la premier Meloni annunciò la volontà di incontrare i vertici di Intel all’inizio del 2023. Da allora, se ne è saputo poco o nulla mentre l’Ue ancora cincischia sul Chips Act, il regolamento attesissimo per sbloccare il piano. La Germania, intanto, sprinta. L’Italia balbetta.
Non si tratta dell’Inflaction Reduction Act ma di questi più prosaicamente legate ai soldi. La multinazionale, infatti, ha chiesto al governo tedesco maggiori incentivi per impiantare gli stabilimenti. Il problema, avrebbero fatto notare dall’azienda, è legato all’aumento dei costi delle materie prime e dell’energia. Che, in Europa, è diventata fin troppo preziosa a causa della crisi che si è innescata con l’esplosione del conflitto tra Russia e Ucraina. Se prima dalle istituzioni federali sarebbero arrivati 6,8 miliardi di euro, ora ne occorrerebbero almeno dieci per poter avviare il progetto. I tedeschi sarebbero disposti ad aumentare l’offerta sul piatto. Sempreché, beninteso, Intel sia disposta a investire in Germania prima e in Europa poi. Insomma, la trattativa adesso si fa (anche) politica. E in mano a Berlino c’è il pallino della questione. Che non è solo economico e produttivo ma anche, o forse soprattutto, politico. Se la Germania, infatti, aumenterà il suo investimento, potrà suggerire a Intel dove e se impegnarsi altrove. Tanto sul territorio nazionale quanto nel resto dell’Unione europea. La questione non è banale. Perché l’eco delle scelte potrebbero impattare, in maniera imponente, anche sui casi italiani. Già, perché se il core business di Intel, in Europa, diventa la Germania, sarà lì che verranno prese le decisioni. Anche sui siti italiani da coinvolgere (eventualmente) nel progetto. Diventerà importante considerare le infrastrutture e i collegamenti soprattutto con Magdeburgo, dove entro il 2028 dovrebbe sorgere la megafactory in cui si prevedono ben 3mila posti di lavoro. Per il Sud, già ai margini del progetto, si allontana anche solo la speranza di un coinvolgimento nel maxi piano di Intel. Si potenziano le chance del Veneto mentre appaiono sbiadite quelle del Piemonte a meno che la Francia non faccia uno scatto d’orgoglio che, ora, appare lontano. C’è tanto sul piatto. Oltre ai 33 miliardi da investire (più o meno…) subito, in dieci anni porterebbe in Europa finanziamenti e progetti da quasi ottanta miliardi di dollari. Finalizzati a implementare e potenziare le linee produttive e i poli di ricerca sui semiconduttori, praticamente il cuore della rivoluzione elettronica e digitale dei prossimi anni. Al momento, dal dibattito politico italiano, la questione Intel sembra praticamente scomparsa. Meglio parlare d’altro. Il tema sopravvive sulle colonne della stampa locale, interessata a comprendere lo sviluppo dei territori. Dal governo, le ultime parole sul piano risalgono a dicembre scorso. Quando la premier Meloni annunciò la volontà di incontrare i vertici di Intel all’inizio del 2023. Da allora, se ne è saputo poco o nulla mentre l’Ue ancora cincischia sul Chips Act, il regolamento attesissimo per sbloccare il piano. La Germania, intanto, sprinta. L’Italia balbetta.
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