Quote rosa: strumento necessario o limite alla meritocrazia?
ALESSIA AMBROSI
Il dibattito era stato riaperto addirittura al termine del Festival di Sanremo, con la polemica sulla mancanza di cantanti donne sul podio. E a poco meno di un mese dall’otto marzo la questione delle cosiddette quote rosa torna più attuale che mai.
Le quote rosa sono spesso considerate una “questione femminile”, ma questa definizione è riduttiva e inesatta. La disuguaglianza di genere ha origini ed effetti su tutta la società, influenzando ambiti culturali, economici, sociali e lavorativi.
Il raggiungimento della parità di genere e dell’emancipazione femminile rientra tra i 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite, da raggiungere entro il 2030. Il Goal numero cinque dell’Agenda 2030 prevede l’eliminazione di ogni forma di violenza di genere, l’uguaglianza di diritti e la piena partecipazione femminile nei processi decisionali, inclusa la leadership politica ed economica.
In quest’ottica, le quote rosa rappresentano uno degli strumenti per raggiungere questi obiettivi. Le quote rosa, nello specifico e per loro ruolo, garantiscono la presenza minima di donne in ambiti lavorativi e decisionali. In Italia, la legge 120 del 2011 ha introdotto quote di genere per favorire la rappresentanza paritaria e ridurre la sottorappresentanza femminile.
La legge Golfo-Mosca ha imposto una percentuale minima di donne nei Consigli di amministrazione delle società quotate e delle aziende pubbliche e oggi con la Direttiva Europea 2022/2381, si punta ad almeno il 40% di rappresentanza femminile nei Consigli di amministrazione delle società quotate entro il 2026. Le quote rosa sono state introdotte per correggere una sproporzione storica, ma la loro utilità rimane oggetto di dibattito e i dati mostrano che la parità di genere è ancora lontana: secondo il Gender Equality Index, l’Italia si colloca solo al 14° posto tra i 27 Stati membri dell’UE per parità di genere.
E allora, le quote rosa ad oggi rappresentano uno strumento necessario per poter garantire alle donne un posto o una determinata consizione? Il punto di arrivo di questo strumento è già stato superato? Quali investimenti sociali, economici e culturali sono necessari affinché si possa parlare di “pari opportunità”?.
Ne abbiamo parlato con Alessia Ambrosi, deputata di Fratelli d’Italia.
Quote rosa o pari opportunità? Dov’è necessario puntare oggi?
“Sono assolutamente contraria alla riserva indiana delle pari opportunità, reputandola persino mortificante per noi donne; con eguale determinazione ritengo doveroso che tutte le donne abbiano pari opportunità rispetto agli uomini, e che la selezione venga fatta esclusivamente in base alla capacità e al merito.”
Le quote rosa hanno apportato un vero cambiamento o rappresentano un “limite”?
“A mio avviso avrebbero potuto avere un corretto e proficuo effetto di protezione in un tipo di società più arcaica. Nella nostra attuale società possono paradossalmente finire per risultare dannose, in quanto le donne, sentendosi comunque tutelate dalle quote di posti che spettano loro, potrebbero quasi vederle come un disincentivo alla necessità di migliorarsi e meritare sempre più”.
Dove servono (e come) aiuti alle donne che lavorano (e non) per ridurre la disparità?
“Servono soprattutto nel senso della flessibilità della conciliazione lavoro-famiglia. Ma la donna non va sussidiata in quanto tale. Ma invece va soprattutto trattata con pari dignità rispetto all’uomo. È questo – credetemi – il concetto e la condizione che maggiormente ci sta a cuore”.
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