Parla Luca De Carlo: “L’antidoto ai dazi si chiama accordo. Trump fa gli interessi degli Usa”
“In un sistema di libero mercato i dazi dovrebbero servire solo a riequilibrare quelle situazioni di concorrenza sleale, laddove non vengono rispettate le stesse norme che noi imponiamo ai nostri operatori. In tutti gli altri casi l’antidoto ha un nome preciso: accordo. Ed è proprio quello che Trump oggi vorrebbe, perché gli Usa hanno una bilancia commerciale totalmente sbilanciata”, così Luca De Carlo, presidente della commissione Industria, commercio, turismo e agricoltura del Senato, commenta il nuovo corso della politica economica in chiave protezionistica by Donald Trump. “Quello che lui spera attraverso questo Liberation Day è di accordarsi su un sistema e un metodo che sia vantaggioso per gli Stati Uniti”.
Quindi lei pensa che in realtà quella di Trump sia una mossa strategica per arrivare a una trattativa, cioè a far sedere l’Europa a un tavolo per negoziare?
“Io ne sono convinto e spero che sia così perché i dazi notoriamente non fanno bene né a chi li riceve né a chi li mette: penso all’inflazione, ma penso anche all’insoddisfazione dei cittadini americani nel vedersi Amarone, Brunello, prosecco e tutti i prodotti dell’eccellenza del nostro Made in Italy aumentare ulteriormente di prezzo. Stiamo parlando di prodotti che già rientrano in una fascia di prezzo medio alto e dunque quello che in una trattativa negoziale dovremmo far capire in maniera chiara all’amministrazione Trump è che i nostri prodotti di qualità nell’agroalimentare non fanno concorrenza a quelli statunitensi. Non c’è nessun riequilibrio da fare in questo senso, nessuno rinuncerà ad un Amarone per un vino americano”.
Peraltro il rischio è anche quello di alimentare ulteriormente il fenomeno del cosiddetto “Italian sounding”, che già provoca danni notevoli alle nostre imprese…
“Esatto, se noi pensiamo che esportiamo nel mondo per quasi 77 miliardi – tra l’altro con il governo Meloni abbiamo raggiunto picchi mai avuti prima a dimostrazione di un grande lavoro fatto anche in collaborazione con Ice e col suo presidente Matteo Zoppas – e che per ogni euro che vendiamo legalmente c’è chi ci copia per due euro, il conto del danno è presto fatto: l’Italian sounding ci costa oltre 120 miliardi. E il rischio è proprio quello che per non privarsi delle nostre eccellenze poi ci sia un’impennata anche dei corrispettivi prodotti con nomi evocanti ma che ovviamente nulla hanno a che vedere con gli stessi. Credo che questo aspetto debba rientrare nell’accordo che punteremo a fare per rinforzare la tutela dei nostri produttori”.
A proposito di imprese, Meloni è stata molto chiara: vanno messe in campo risposte adeguate a difendere le nostre produzioni… Cosa dobbiamo aspettarci?
“Una premessa doverosa: i dazi sono assolutamente un problema, ma un problema ancora più grande sono state le politiche Ue degli ultimi 50 anni soprattutto nei confronti del nostro comparto agroalimentare. L’agricoltura è stata considerata alla stregua di un’industria inquinatrice, con una narrazione totalmente fuorviante. E poi basti pensare alle disastrose politiche del Green Deal, alle deliranti norme sulla misura delle vongole e delle zucchine, alle etichette allarmistiche sulle bottiglie di vino… Non a caso, da un anno a questa parte, dopo che noi italiani abbiamo introdotto la nostra visione, anche nel lessico di Von der Leyen e del commissario Ue per l’agricoltura Hansen, hanno iniziato a comparire termini quali ‘sovranità alimentare’, ‘agricoltori custodi del territorio’. Un’inversione di tendenza senza la quale, dazi o meno, condanneremmo i nostri produttori a una concorrenza sleale. Cosa dobbiamo fare adesso? Dobbiamo studiare delle proposte da fare come Ue al governo americano per trovare un accordo che tenga assieme la legittima, dal suo punto di vista, necessità di riequilibrare una bilancia commerciale totalmente sbagliata. Che l’America faccia l’America e che faccia gli interessi degli americani non mi stupisce, mi preoccupo di più quando l’Europa non fa l’Europa, cioè non fa gli interessi degli europei: ecco, noi dobbiamo arrivare ad un tavolo negoziale con una proposta, che è quella su cui sta lavorando il governo italiano anche relativamente alla maggior tutela delle nostre Dop e Dgp, che punti un accordo con gli Usa che consenta di riattivare quelle regole di libero mercato che sono, tra l’altro, nel Dna sia dell’Europa che degli Stati Uniti.
Lei è veneto, terra di grandi eccellenze e votata all’export, c’è preoccupazione?
“Il Veneto è la regione italiana con il più alto numero di Doc, Dop e Dgp nella nazione che ne detiene il record mondiale, la preoccupazione c’è ma secondo potremmo fare anche un altro ragionamento: i dazi sono un’imposizione del governo americano ma non è detto che questa venga poi recepita dai consumatori americani, che non sono sudditi che eseguono. Ovviamente questo vale per i prodotti d’alta gamma, quelli che i consumatori cosiddetti alto spendenti comprano a prescindere dal prezzo, a subire l’impatto di concorrenza e tariffe maggiorate saranno i prodotti di fascia medio-bassa e su questo, a livello Ue dovremmo studiare soluzione adeguate per compensare le storture derivanti dai dazi”.
Torna alle notizie in home