Cultura & Spettacolo

Niccolò Longobardi, il gesuita che fece dialogare Occidente e Oriente

di Pasquale Hamel -


Già dal XIII secolo, attraverso mercanti e religiosi che, seguendo la via della seta, si sobbarcavano a lunghi e pericolosi viaggi verso l’Estremo Oriente, la conoscenza della Cina in Occidente cominciava a prendere corpo. Primo fra tutti il veneziano Marco Polo, ma anche religiosi come Matteo Ricci, Oderico da Pordenone, Giovanni da Pian del Carpine o Giovanni di Montecorvino, con i loro resoconti di viaggio che inviavano ad amici o superiori, consentirono di schiodare gli europei dalla narrazione mitica, che fino ad allora circolava, una realtà “altra” come quella cinese. Fra questi viaggiatori coraggiosi, ve ne furono alcuni che contribuirono, con passione e genialità, allo sviluppo della civiltà con la quale entrarono in contatto. Il personaggio di cui ci occupiamo è tale Niccolò Longobardo, o Longobardi, nato a Caltagirone nel 1565 e morto a Pechino nel 1654, a 89 anni. Longobardi era un missionario gesuita che arrivò in Cina al seguito del più famoso Matteo Ricci e che, dedicandosi soprattutto alla diffusione del messaggio evangelico, vi soggiornò per oltre mezzo secolo. Nonostante fosse arrivato in Cina in un tempo particolarmente delicato in cui il celeste impero era insanguinato da feroci campagne persecutorie nei confronti delle comunità cristiane la cui crescita veniva considerata pericolosa per la stabilità del potere, Longobardi non si lasciò intimidire e, piuttosto che rinunciare alla missione, concentrò il suo impegno nelle province cinesi svolgendo azione di proselitismo. Longobardi, tuttavia, non si limitò a diffondere il Vangelo, ma provò, e talvolta riuscì, a far dialogare la cultura della sua Europa con quella cinese. Così, insistette col Papa perché gli fossero recapitati testi fondamentali della cultura Occidentale che lui stesso tradusse in ideogrammi e adattò alla mentalità del luogo. Ma non si fermò ai testi, invitò a raggiungerlo uomini di scienza europei per interagire con quelli locali. Fra questi scienziati, ci fu uno dei più grandi astronomi del tempo, Adam Shall von Bell, gesuita, che arrivò in Cina nel 1617, la cui genialità, lo portò a corte dove divenne “lo scienziato preferito dalla corte imperiale”. Placata la campagna persecutoria, Niccolò Longobardi veniva eletto dai confratelli capo della missione gesuitica in Cina, un incarico che sì lo gratificò, ma che gli creò ulteriori difficoltà, superate brillantemente grazie alle sue indubbie qualità di mediazione, con quanti vedevano di malocchio l’espansione del cristianesimo. Bisogna peraltro ricordare che Longobardi non era solo un missionario, ma anche uno scienziato, esperto di astronomia e di balistica applicata alle armi da fuoco. Per queste sue qualità fu chiamato a corte, a Pechino, con l’incarico di astronomo ed esperto di terremoti che in Cina erano frequenti. Longobardi riuscì a scrivere il De terrae motus, un’opera che lo rese quasi indispensabile. Con indubbio coraggio, visto l’attaccamento dei cinesi alle tradizioni, Longobardi demolì l’idea corrente che i sismi fossero provocati da creature mostruose che vivevano nel sottosuolo ed invece individuò, con metodo scientifico, le cause naturali di tali fenomeni. Lo studio di Longobardi rivoluzionò le credenze in materia indicendo studiosi locali a cimentarsi nella ricerca. I risultati furono evidenti tanto che si potrebbe dire che il sismoscopio, il primo sismografo realizzato, opera del cinese Zhang Heng, debba molto agli studi di Niccolò Longobardi. Per queste sue benemerenze registrò il favore dell’imperatore Shun fondatore della dinastia Qing, che si mostrò tollerante con l’azione di proselitismo gesuita e che lo onorò ordinandone la sepoltura “accanto alla tomba di Matteo Ricci”.


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