LIBERALMENTE CORRETTO – A scuola di marxismo
“A scuoia di declino” è il titolo del libro, particolarmente stimolante, di Atzeni-Bassani-Lottieri, edito da poco: Vi si documenta ampiamente e dettagliatamente la grave malattia della scuola italiana, prostrata in maniera acritica e inconsulta ai piedi della fallimentare teoria marxista, talché il titolo si potrebbe parafrasare in quell’altro: “A scuola di marxismo”.
I numerosi esperti del nostro Ministero della Pubblica Istruzione, parte integrante di un più vasto apparato di indottrinamento, non molto dissimile dal famigerato Minculpop degli anni che furono, occhiuti vigili dei programmi ministeriali veicolati nei manuali scolastici, non si sono ancora resi conto che Karl Marx non ne ha azzeccata una.
La sua previsione “scientifica” della caduta del saggio di profitto e del crollo del capitalismo è stata smentita dalla sopravvivenza dell’uno e dell’altro; la “proletarizzazione” dei ceti medi è stata smentita dal suo opposto e cioè dall”imborghesimento” della classe operaia; il previsto deperimento dello Stato nella società socialista trova riscontro nel gigantismo dello Stato nei regimi comunisti. Insomma, i fatti non si sono adeguati alla “scienza” marxiana. Colpa dei fatti, ovviamente; non certo della teoria scientifica.
E così la scuola italiana, innamorata delle suggestioni e utopie del filosofo di Treviri, non si arrende all’evidenza e imperterrita adotta i criteri e i paradigmi del marxismo, per reinterpretare la storia dell’umanità, instillando nei giovani il sacro furore dell’egualitarismo utopico, correlato alla disaffezione, se non al disgusto, verso ogni forma di iniziativa privata. Nei testi scolastici, i fondamenti stessi della nostra civiltà occidentale, edificata dal e nel libero mercato, sono da esecrare o, nella migliore delle ipotesi, da coprire pudicamente con una pietosa coltre di silenzio.
In verità, la prefigurazione dei fallimenti della prassi si poteva scorgere già nelle fondamenta della teoria. La lotta di classe, vista come motore del progresso dell’umanità, riposa sul presupposto fallace che l’imprenditore (borghese) sfrutti il lavoratore (proletario), appropriandosi indebitamente del plusvalore prodotto da quest’ultimo. Ebbene: se il valore non risiede tanto sul versante della produzione, quanto su quello del consumo, le parti si invertono, perché il rischio di soddisfare il consumatore viene assunto dall’imprenditore, il cui profitto diventa remunerazione del rischio e dell’onere organizzativo di impresa.
E dunque la scoperta (questa sì scientifica) – ad opera degli studiosi di 200 anni fa, non già dei nostri giorni – del valore marginale dei beni, conferito dal consumatore, mette in soffitta definitivamente la teoria marxiana del plusvalore, con quel che segue (sfruttamento dell’uomo sull’uomo, lotta di classe, dittatura del proletariato e futura società degli uguali). E l’ulteriore sviluppo dottrinale, dovuto a Schumpeter, che ravvisa nella necessità dell’innovazione, a servizio del consumo, la stessa ragione di sopravvivenza dell’impresa, giustifica di per sé il profitto del c.d. “capitalista”.
Ignari di tutto ciò, i manuali scolastici dei nostri figli continuano a inneggiare a una dottrina definitivamente superata, oscurando gli altri fecondi sviluppi del sapere umano; con ciò legittimano l’utopia e delegittimano il grande contributo della libera iniziativa privata alla nostra civiltà occidentale, nella quale sono cresciuti i germi dell’ordinamento democratico. In questa logica, proiettano sull’occidente “capitalista” le colpe di tutti i mali dell’umanità, non avendo rinunciato a interpretare la storia in termini di lotta di classe. Non si sono accorti che questa chiave di lettura, ingenua e riduttiva, inapplicabile ai rapporti di lavoro nell’impresa, è altresì inapplicabile in tutti gli altri ambiti, fondata com’è su un presupposto radicalmente erroneo.
Ma il vero dramma è che perfino il mondo politico-culturale, ufficialmente lontano dal marxismo, si è accorto di nulla, mentre i cattivi maestri continuano indisturbati a trasmettere alle nuove generazioni la loro visione “scientifica” dei rapporti umani.
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