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LA FILIPPICA – I successi di Brignone sono un monito del Paese che non fa lievitare i talenti

di Alberto Filippi -


Non solo una fuoriclasse dello sport. Ma il simbolo di un’Italia che a volte non sa far lievitare a tempo debito i suoi grandi talenti. Succede non solo nello sport, ma pensiamo al mondo dell’imprenditoria, quando lo Stato con lacci e lacciuoli frena lo sviluppo delle aziende. Un talento che non è riuscito a sbocciare a primavera, considerando che fin da giovanissima (a 15 anni) era considerata un’atleta fuori del comune, ma è riuscita a gareggiare in maniera agonistica e completa solo a un’età avanzata, definirei ivernale. Una campionessa di sci, Federica Brignone, che diventa straripante a quasi 35 anni, età in cui di solito molte colleghe si sono già ritirate. E che si proietta come paradigma da un lato, di uno straordinario spot di longevità agonistica unita a una capacità di sacrificio unica, ma dall’altro, è anche la cartina di tornasole di una Federazione che qualcosa deve avere sbagliato e deve rimproverarsi, e quindi dovrebbe fare mea culpa, per non avere saputo “coccolare” in maniera adeguata una campionessa dai mezzi fisici e morali ineguagliabili. Federica ha dato tantissimo allo sci azzurro, ma forse avrebbe potuto dare ancora di più. Sì, perché Brignone non solo ha vinto per la seconda volta la Coppa del mondo generale di sci, ed era stata la prima sciatrice italiana ad esserci riuscita, ma in questa fantastica stagione agonistica è riuscita a vincere anche la Coppa di specialità, non solo dello slalom gigante (e fin qui non è certo una sorpresa), ma addirittura anche quella di discesa libera. Va tenuto conto che fino all’11 gennaio di quest’anno non era mai riuscita a salire sul podio più alto in una gara delle donne jet, che viaggiano a punte di velocità di quasi 130 chilometri all’ora ed è riuscita a vincere la sua seconda discesa a fine gennaio a Garmisch, in uno dei templi della velocità pura dello sci. Certo, si dice che a quasi 35 anni – li compirà a metà luglio prossimo – ha raggiunto la maturità, e senz’altro lo è da un punto di vista dei risultati, ma permettetemi di nutrire qualche dubbio su come la Fisi non ha messo nelle condizioni Federica Brignone di farla emergere prima come straordinaria atleta di livello assoluto. C’è riuscita nell’ultima fase della carriera quando ha deciso di fare di testa sua, e cioè di rivolgersi al fratello Davide, che le fa fatto da allenatore. C’è di che riflettere, perché grazie alla sua famiglia – è figlia di Ninna Quario, vincitrice di quattro gare di slalom di Coppa del Mondo ai tempi della Valanga Rosa – è riuscita a far vincere i colori azzurri, perché se avesse ascoltato solo i guru della Federazione, con ogni probabilità non sarebbe mai arrivata a vincere una Coppa generale e due di disciplina nello stesso anno. Perché le principali attenzioni dei tecnici federali sono state concentrate a lungo su Sofia Goggia, altra grande campionessa, vincitrice di una gara in meno di Coppa del mondo (26) rispetto alle 27 di Federica, la quale però si è aggiudicata 85 podi rispetto ai 62 della bergamasca, di due anni più giovane. E non è detto che la sfida in casa Italia tra le due fuoriclasse non le spinga a superare ulteriormente i loro limiti e, come ci auguriamo, a vincere ancora di più. Resta un po’ il rimpianto, visti i risultati di Brignone di quest’anno, che il fratello Davide avrebbe dovuto essere il suo allenatore ben prima. Con Alberto Tomba era stato un po’ diverso; Albertone la federazione l’ha criticata fin da subito imponendo di essere affiancato da Gustav Thoeni, che da grande uomo, oltre che da grande campione, aveva permesso alla personalità esuberante di Tomba (la bomba) di esprimersi al meglio. Come dire, il compito di una Federazione ben organizzata è anche quello di non disperdere gli straordinari talenti che il movimento fa emergere dalle giovanili. Lo stesso che accade quando è lo Stato a tarpare le ali della vittoria ai campioni dell’imprenditoria, Stato capace di aiutare sempre le solite grandi aziende tarpando le ali alle piccole e medie imprese che si vedono arrivare, il giorno dopo qualche aiuto, la visita della solita Guardia di Finanza che qualche cosa, a volte perfino strampalata, riesce a trovarla, trasformandosi nel solito sceriffo di Nottingham. C’è di che meditare.


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