Il cacciatore di tombe dei morti nei lager dimenticati dalla patria
È diventato suo malgrado il “cacciatore di tombe”. Il ricercatore storico veronese Roberto Zamboni (nella foto) da più di trent’anni si è assunto un compito straordinario: supplire anche alle inefficienze dello Stato, e in particolare del ministero della Difesa tramite l’articolazione di Onorcaduti, e informare famiglie (e Comuni di appartenenza) su dove sono sepolti i loro cari morti nei lager nazisti in Austria, Germania e Polonia. Così nei lustri, partendo dal desiderio di sapere dov’era seppellito un parente, Zamboni con caparbietà ne ha fatto quasi una ragione di vita, realizzando il documentato sito “Dimenticati di Stato”, nel quale si possono trovare notizie su 16.079 militari e civili, anche bambini come Franco Menozzi di San Martino in Rio (Reggio Emilia), di cui recentemente i famigliari hanno appreso la triste verità. “Quella di Roberto Zamboni – sottolinea Oscar Staffoni, figlio del maresciallo dei carabinieri bresciano Antonio, morto di stenti nel campo prussiano di Stargard nel 1944 per non avere aderito alla Repubblica di Salò – è davvero una «missione impossibile” per l’enorme lavoro svolto. Solo grazie alla sua dedizione è stato possibile a noi e in tantissimi altri numerosi casi, reperire informazioni preziose a distanza di decenni per sapere dove i nostri cari fossero sepolti. Purtroppo, e lo dico con grande rammarico, il nostro Stato li ha dimenticati due volte: prima per averli abbandonati al loro tragico destino, ma questo avvenne nella temperie della Seconda Guerra mondiale, quindi dopo il 1989 quando con la caduta del muro di Berlino la patria avrebbe potuto sanare una ferita aperta per migliaia di famiglie informandole. I mezzi li avrebbe avuti”. Nel corso degli ultimi quindici anni è stata informata anche la Presidenza della Repubblica, nella persona di Giorgio Napolitano, e sono state depositate nel tempo più interrogazioni in Parlamento (da parte di Erika Stefani e Daniela Sbrollini) per sapere per quale motivo le famiglie dei caduti nei campi nazisti non erano mai state informate sulla sepoltura, nonostante fin dagli anni Cinquanta Onorcaduti avesse a disposizione tutte le necessarie informazioni. Zamboni spiega che nel 1999 “con l’aiuto di alcuni parlamentari e su pressione della Comunità Ebraica di Roma, riuscii a far modificare la legge che vietava il rimpatrio dei nostri connazionali in base al II° comma dell’articolo 4 della Legge 9 gennaio 1951, n° 204, e così a far rientrare i resti del mio congiunto nel dicembre dell’anno successivo”. Poiché lo Stato non ha mai informato ufficialmente le famiglie, ancora oggi sono tantissimi i parenti che potrebbero ricostruire le drammatiche vicende dei loro cari, ma non hanno notizie. Ricordiamo che dopo l’8 settembre furono oltre 650 mila i militari e civili italiani che furono catturati e internati nei campi tedeschi come “bottino di guerra”, destinati al lavoro coatto per alimentare l’economia di guerra nazionalsocialista. Moltissimi di costoro morirono per le enormi sofferenze patite. Altri, come il bambino Franco Menozzi, trovò la morte sotto le macerie dell’asilo bombardato di Dortmund. La mamma Angiolina, che quel giorno era al lavoro fuori dal lager, e il padre Gino, che era recluso in un altro campo di lavoro, si riunirono alla fine della guerra e non seppero mai che fine avesse fatto il loro piccolo Franco. Soltanto nel 2017 la pronipote Chiara Guidarini si è imbattuta nel sito “Dimenticati di Stato” ed ha scoperto che Franco era sepolto in Germania nel cimitero militare italiano di Francoforte sul Meno. “Ci siamo attivati – spiega Chiara – con le ricerche del caso ed è saltata fuori tutta la storia civili dei miei nonni. È stata una grande emozione”. Grazie al puntiglio di Zamboni sono stati centinaia i poveri resti degli italiani spirati nel lager che sono stati rimpatriati a spese delle famiglie. L’Italia che li ha mandati a morire non si è mai assunta la responsabilità morale di rimpatriarli. “La mia unica intenzione – afferma Zamboni – è sempre stata quella di far conoscere, dove possibile, quale sia stata la sorte dei nostri congiunti, creduti da noi famigliari per decenni dei “dispersi”. Saranno poi i parenti a decidere autonomamente se lasciarli dove sono o se riportarli a casa. L’importante è che sappiano”. “Per tanti anni – conclude Staffoni – con i miei familiari ci recavamo a Stargard credendo che mio padre fosse sepolto lì, quando fin dal 1959 era stato riesumato e sepolto a Varsavia, ma lo abbiamo saputo solo grazie a Zamboni 52 anni dopo. È stato lui a sanare una beffa crudele”.
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