Usa contro tutti, è iniziata la grande guerra dei dazi
Il grande giorno in cui iniziò la grande guerra dei dazi è arrivato: gli Stati Uniti lanciano l’offensiva delle tariffe su Canada, Messico e Cina. Che non restano a guardare e preparano la loro controffensiva mentre Pechino, che non ha la minima intenzione di digerire il colpo, replica per le rime: “Andremo avanti nella lotta, fino alla fine”. Basterebbe già questo ma intanto Trump ha deciso di giocare al rialzo ed è bastato un suo post su Truth per far tremare (anche) l’Italia e l’Europa con l’annuncio dell’imposizione di dazi sui prodotti agricoli che entreranno in vigore dal 2 aprile prossimo.
Lo scenario globale è in subbuglio. I dazi al 25% sulle merci da Messico e Canada erano, più o meno, nell’aria. Ciò non ha impedito a Justin Trudeau, leader canadese, di annunciare i controdazi al 25% su “cento miliardi di merci americane”. Ma ciò che ha davvero scompaginato il campo è stata la decisione di raddoppiare le tariffe ai danni delle importazioni dalla Cina. I dazi, che inizialmente erano previsti al 10%, sono raddoppiati al 20% poiché la Casa Bianca ritiene che il Dragone non abbia fatto abbastanza per scoraggiare l’export di fentanyl negli Stati Uniti. Da Pechino la controffensiva è arrivata nel giro di poche ore. Il Dragone ha imposto tariffe del 15% sulle importazioni dagli Stati Uniti di pollo, cotone, mais e granaglie. Dazi al 10%, inoltre, su soia, maiale, manzo, frutta, verdura e latticini. Ma non basta. Dieci aziende Usa sono state inserite nella black list delle “entità inaffidabili” e altre 15 saranno sottoposte a controlli ancora più pesanti sull’export. Tra le motivazioni ce n’è una che fa rabbrividire: Pechino, difatti, ritiene che alcune di queste imprese abbiano traffici d’armi con l’isola “ribelle” di Taiwan. Il governo cinese se l’è presa a morte e ora non si nasconde più dietro la proverbiale delicatezza diplomatica: “Se gli Stati Uniti insisteranno con una guerra dei dazi, una guerra commerciale o qualsiasi altro tipo di guerra, la parte cinese li contrasterà fino alla fine”, ha affermato Lin Jian, portavoce del ministero degli Esteri cinese. Ma non è tutto: “I cinesi non possono essere influenzati da falsità, né scoraggiati da intimidazioni, né hanno mai tollerato egemonia e bullismo. Pressioni, coercizione e minacce non sono il modo giusto di trattare con la Cina – ha ripetuto Lin – Tentare la massima pressione sulla Cina è un errore di calcolo”. Pechino ha già annunciato il ricorso al Wto poiché ritiene che la strategia Usa “viola le norme internazionali e compromette le fondamenta della cooperazione economica e commerciale tra Cina e Stati Uniti”. La reazione cinese ha messo nel mirino l’export agroalimentare americano. Toccando un nervo scoperto o, per dirla meglio, andando a colpire una delle voci dell’import cinese più strategiche per le aziende Usa. A cui Donald Trump, a strettissimo giro, in una sorta di guerra ferocissima degli annunci tra una sponda e l’altra del Pacifico, ha voluto dare speranze chiedendo loro, su Truth di prepararsi “a fornire tanti prodotti agricoli da vendere all’interno degli Stati Uniti” dal momento che “i dazi entreranno in vigore sui prodotti esterni il 2 aprile”. Per l’Europa, ma soprattutto per l’Italia, è una mazzata. Coldiretti ha calcolato che l’imposizione di tariffe all’export agroalimentare italiano potrà costare fino a 7,8 miliardi alle nostre aziende. Che, a quel punto, si ritroveranno praticamente scoperte nella lunga lotta all’agropirateria dell’italian sounding. In pratica, prodotti come il Parmesan costeranno molto di meno rispetto agli originali e contrastarli diventerà se non impossibile ancora più difficile. La mazzata, stando alla Confederazione Italiana dell’Agricoltura, potrebbe essere miliardaria anche ai danni delle produzioni a marchio Dop, Igp e Doc: il “conto” dei dazi potrebbe essere non inferiore a 2,4 miliardi di euro. Confeuro, adesso, chiede che l’Ue sappia essere unita nel fronteggiare una minaccia che incombe sul destino dell’intero continente e della sua economia.
Nel frattempo la guerra dei dazi ha già fatto le prime vittime. E cioè gli indici azionari in giro per il mondo. Lo scontro frontale tra Stati Uniti e resto del mondo, Cina in testa, ha depresso i mercati. Wall Street ha aperto in calo a -0,35%, il Nasdaq già all’inizio della seduta perdeva quasi un punto percentuale (-0,95%). L’indice Hang Seng, a Hong Kong, ha perso subito poco più di un punto e mezzo (-1,59%) mentre i titoli tecnologici sono crollati quasi del tre percento (-2,93%). Male, malissimo, anche le Borse europee. Dove non basta l’euforia per il riarmo annunciato ieri da Ursula von der Leyen, che sostiene la corsa dei titoli delle aziende del settore della Difesa. Milano perde poco più del 3% trascinata al ribasso da Stellantis che arriva ad accusare perdite fino all’8%. Francoforte apre malissimo ma non riesce a limitare le perdite (-2,7%), Parigi riesce a bloccare l’emorragia di guadagni all’1,7%. Ma è chiaro che il mondo sia in subbuglio: la guerra dei dazi è iniziata e rischia, come ogni guerra che si rispetti, di trasformare il mondo così come lo abbiamo conosciuto finora.
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