PRIMA PAGINA – DaZio Sam, è arrivato il giorno dei dazi
Il giorno più lungo è arrivato, i dazi Usa entrano in vigore oggi mentre il resto del mondo si prepara a reagire. C’è chi, come il Vietnam, ha scelto di abbassare le tariffe imposte sui beni americani e chi, come l’Europa, annuncia un “piano forte” per replicare alle scelte della Casa Bianca. Più che le minacce di Ursula von der Leyen, a far (davvero) notizia è l’ammissione, arrivata da parte della stessa presidente della Commissione, che l’Unione europea tutto è tranne che unione e che i primi a bombardarsi di dazi reciproci sono proprio gli Stati membri tra loro. “Le barriere interne al mercato interno Ue equivalgono a un dazio del45% per la produzione e del 110% per i servizi”, ha dichiarato alla Plenaria riunitasi a Strasburgo, quasi novella madame Lapalisse. “Il mercato unico è nato per abbattere le barriere tra i nostri Paesi. Per eliminare dogane e dazi. E per rendere gli affari facili all’interno dell’Europa”, ha aggiunto. Chissà che ne pensano i suoi connazionali, a Berlino, che fino a qualche mese fa erano pronti (e lo sono tuttora, vedi Commerz-Unicredit) alle barricate contro il mercato unico dei capitali. L’importante, però, è aver preso coscienza di ciò che sapevano già tutti. I dazi, l’Ue, se li è prima imposti da sé. “Deve essere più facile per le pmi vendere lo stesso prodotto in tutti gli Stati membri, invece di rietichettarlo 27 volte per rispettare le leggi nazionali”, ha tuonato Ursula forse facendo mea culpa di anni passati a elaborare meccanismi burocratici sempre più complessi. Se davvero l’Ue troverà il coraggio e la forza di diventare una (vera) unione, forse, lo dovrà proprio agli sganassoni rifilati da Donald Trump. Che ha promesso “gentilezza” sull’applicazione delle tariffe ma, contestualmente, ha esultato perché, come ha scritto su Truth, “le aziende si stanno riversando nel nostro Paese a livelli mai visti prima, con posti di lavoro (e denaro!) a seguire. È una cosa bellissima da vedere”. Non è un mistero: tra gli obiettivi primari dei dazi c’è il reshoring e l’attacco al predecessore, che questa politica ha avviato, non è peregrino: “In due mesi si sono discussi e annunciati più investimenti privati che in quattro anni di amministrazione di Sleepy Joe Biden”. Tra i questuanti che si son portati alla Casa Bianca, bussando col cappello in mano, c’è stato pure John Elkann. Tanto lento e riluttante a farsi vedere in Parlamento quanto veloce a presentarsi alla Casa Bianca. A perorare la causa di Stellantis che già zoppica in America (gli azionisti hanno già fatto causa) e che, europea e cogli stabilimenti in Canada e Messico, rischia di restar stritolata dal nuovo corso Usa. Intanto, proprio ieri, l’Europa ha formalizzato la proposta per concedere un po’ di ossigeno all’automotive sulle sanzioni Co2. Il documento era atteso da settimane. La lentezza pachidermica della Commissione, divisa al suo interno su un aspetto che appariva pacifico a tutti, sembra esorcizzare l’esibizione muscolare di Von der Leyen che ha ribadito come non sia stata Bruxelles “a iniziare questo scontro” e che ha ventilato una reazione veemente che verrà annunciata oggi e verrà concretizzata “se necessario” per proteggere “i nostri interessi, la nostra gente e le nostre aziende”. Sottovalutare ciò che potrebbe fare l’Ue in questo momento, a Washington, sarebbe un errore madornale. Perché, come riportano diverse fonti, l’intenzione di Ursula sarebbe quella di colpire, in maniera pesante, Big Tech e i servizi per la finanza. Non sarebbe nemmeno troppo difficile farlo. E chi ha memoria ricorderà sicuramente il tracollo di Meta quando Zuckerberg decise, come prova di forza, di rendere pubblico uno scenario in cui imponeva lo spegnimento di Facebook all’Ue come ritorsione per i regolamenti ritenuti troppo stringenti. Fu un bagno di sangue, a Wall Street. Una decisione del genere, però, rappresenta una scelta precisa. Un po’ come premere il pulsante rosso. È pur sempre una guerra, per quanto sia commerciale. E, a proposito di guerra, chissà come andrebbe a finire col piano di riarmo e con quella (succosa) parte degli 850 miliardi di euro da investire (anche a discapito dei servizi alla fine dei quattro anni concessi dalla clausola di salvaguardia come ieri ha ribadito Dombrovskis) in armamenti made in Usa. Siamo arrivati alla dead-line ma c’è chi giura che ci sia ancora spazio per i negoziati. E, in tal senso, è stato letto l’annuncio della visita in Italia, tra il 18 e il 20 aprile a cavallo delle festività pasquali, del vicepresidente Jd Vance. La verità, come al solito, sta nel mezzo: il giorno dei giorni è arrivato ma le trattative proseguono perché tutti hanno troppo da perdere a ogni livello. E forse toccherà davvero all’Italia fungere da paciere in questa spinosissima vicenda.
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