Dazi Usa, nel cilindro di Tajani il Piano d’Azione per l’export
Il giorno dopo la mazzata dei dazi annunciati da Donald Trump in Italia monta il balletto dei commenti e dei propositi, che sono uguali a quelli già affermati da quando il presidente americano li aveva minacciati: “Una guerra commerciale non conviene a nessuno”, “L’unica via è il dialogo”, eccetera. Facendo capire che la strada della negoziazione sarà quella più efficace per ammorbidire, mitigare e limitare l’azione della manovra Usa, mentre con altrettanto impeto monta pure l’onda della spicciola polemica partitica delle opposizioni al governo come da sempre è avvenuto nel nostro Paese, sotto ogni latitudine politica, ogni volta che l’Italia si è trovata, suo malgrado, all’interno di una caotica situazione politico-economica condizionata da determinanti fattori esterni.
Nessuna novità, quindi. Tranne che per un particolare caso, chissà quanto custode di una sia pur minima azione concreta, lo diranno le prossime settimane e forse già oggi l’esito del vertice di governo convocato dalla premier Giorgia Meloni a Palazzo Chigi, subito ribattezzato dai media il via di “una taskforce sui dazi Usa”, che il fiducioso Carlo Calenda chiede sia irrobustita dalla collaborazione di “imprese, banche e esperti”.
E’ successo, infatti, che l’unico partecipante intervenuto alla riunione da remoto, il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, abbia incontrato stamattina a Bruxelles il commissario europeo per il Commercio Maros Sefcovic, concordando con lui “sulla necessità di mantenere nella sfida sui dazi la schiena dritta e di seguire un approccio basato sul dialogo”. Su X Tajani ha pure precisato di avergli consegnato “il Piano d’Azione per l’export italiano per rafforzare la presenza delle imprese italiane in tutti i mercati in crescita”, oltre che una lista di 30 prodotti italiani “sui quali intervenire, affinché possano essere tutelati”: tra questi, “i motocicli” e “la gioielleria, le pietre preziose”.
Non un brogliaccio scritto stanotte, questo “Piano”. Era stato presentato il 21 marzo scorso con i vertici di Ice, Cdp, Sace, Simest e delle principali associazioni di categoria del mondo produttivo. Quarantaquattro pagine con l’obiettivo di 700 milioni di euro, considerando che “nel 2024 l’export italiano ha registrato risultati particolarmente rilevanti nei mercati extra-Ue, 17,6 miliardi di euro in Turchia (+23,9% rispetto all’anno precedente), 7,9 miliardi negli Eau (+19,4%), 6,6 miliardi di euro in Messico (+7,4%), 5,8 miliardi in Brasile (+8,1%), 6,2 miliardi di euro in Arabia Saudita (+27,9%), 5,2 miliardi di euro in India (+1%). Fra le priorità anche i Paesi dell’Africa, che hanno totalizzato oltre 20 miliardi di export; l’Asean con 10,7 miliardi di euro di export e un aumento del 10,3% (tra questi Paesi, Thailandia, Vietnam, Indonesia e Filippine, ndr) e i Balcani Occidentali con 6,5 miliardi di euro e +13,4%”.
Perché “l’Italia – spiega Tajani nell’introduzione – è una potenza mondiale dell’export, che vale il 40% del Pil. Siamo il sesto esportatore mondiale. Siamo la seconda economia al mondo e la prima in Europa per diversificazione merceologica di beni esportati”. Certo, l’11% di questo export è assorbito dagli Stati Uniti, con i quali è necessario “riequilibrare il surplus della bilancia commerciale”.
Intanto, una possibile strada – afferma Tajani – è “accelerare la penetrazione nei mercati ad alto potenziale” ove finora non si è spinto. L’alternativa – salvo iniziative concrete a sorpresa dal vertice di Palazzo Chigi appena concluso – è solo l’attesa che a metà mese arrivi in Italia il vicepresidente Usa J.D. Vance con il quale intavolare il rafforzamento dell’affermato rapporto privilegiato con gli Usa, sperando che Trump cambi idea.
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