Economia

L’Ue di coccio tra i dazi Usa e l’export cinese di ferro

di Giovanni Vasso -


Forse, per una volta, ha ragione Christine Lagarde: coi dazi ci perderanno tutti anche la Ue. Tanto chi li imporrà quanto chi replicherà a essi. La governatrice della Bce, in un’intervista rilasciata a Newstalk ben prima che Donald Trump parlasse dal giardino delle rose alla Casa Bianca, ha dichiarato che “non sappiamo quale sarà il quadro” ma comunque andrà “ciò che sappiamo è che non sarà buono per l’economia globale”. Per l’Europa in particolare dal momento che è molto probabile che “la Cina cerchi di deviare sui mercati Ue parte delle esportazioni che non riuscirà più a fare negli Usa a causa dei dazi”.
L’Europa, insomma, è tra due fuochi. O, se preferite, vaso di coccio tra i vasi di ferro che si contendono il primato globale. Anni di politiche poco avvedute faranno pagare dazio, è proprio il caso di dirlo, al vecchio continente. La cui strategia vincente per abbattere la ritrosia di Trump e convincerlo a recedere dai dazi sarebbe, come ha riportato Politico, miseramente fallita. Come proprio Lagarde aveva sussurrato tempo addietro, i funzionari Ue si son presentati a Washington bussando coi piedi. In mano avevano i soldi per comprare quantità di gas naturale liquefatto americano ancora maggiori rispetto a quelle già “imposte” dalla Casa Bianca. Ma a Trump non è passato nemmeno per l’anticamera dello Studio Ovale di lasciarsi convincere da chi aveva già praticamente accettato il suo primo diktat. Questo fallimento, forse, potrebbe sgonfiare il piano di riarmo che avrebbe previsto (nonostante i proclami di europeismo) commesse magnifiche per le aziende americane a spese dei servizi e dei cittadini. Ma, con ogni probabilità, Ursula von der Leyen e i suoi non faranno un solo passo indietro. L’unica cosa che trapela da Bruxelles, dopo il discorso della presidente, è che la controreplica Ue ai dazi americani arriverà in due fasi. Prima alluminio e acciaio, su cui le tariffe Usa sono già in vigore, e poi, come ha riferito il portavoce al commercio Olof Gill “su tutto il resto”. La speranza, anche in Europa, è l’ultima a morire. C’è chi spera, ancora, nella clemenza di The Don. Perché se l’Ue, che s’è (giustamente) arrogata il diritto di trattare per tutti, dovesse fallire in questa prova rischia davvero grosso. E non è certo un mistero che Donald Trump abbia dichiarato guerra non all’Europa in sé ma all’Unione europea. Una differenza che non è di poco conto. “Risponderemo al momento opportuno”, ha detto Olof Gill. Incrociando le dita. Mentre Parigi confermava la strategia. Se ne parla a fine aprile. In due tranche.
Intanto, all’Ue, tutti fanno appello affinché si riesca a trovare un accomodamento. I telefoni bollono a Bruxelles e “siamo in contatto con i leader degli Stati membri” è il mantra cui s’affidano, come a un rosario, alla Commissione. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha bollato i dazi Usa come “un errore profondo” e ha ribadito che “serve una risposta compatta, serena, determinata”. Il Capo dello Stato non vuole uno scontro e anzi, insieme all’omologo estone Alar Karis, ha chiesto di tornare a “rapporti collaborativi” con gli Usa. Non sarà semplice. Giorgia Meloni si è detta “convita che si debba lavorare per scongiurare in tutti i modi possibili una guerra commerciale che non avvantaggerebbe nessuno, né gli Stati Uniti né l’Europa, il che non esclude – ha sottolineato la premier – , se necessario, di dover anche immaginare risposte adeguate a difendere le nostre produzioni”. Il vicepremier Antonio Tajani, parlando in Transatlantico ai giornalisti ha invitato alla calma: “I dazi li impone l’Ue. Un po’ come accade per le sanzioni. Parlare di scenari, per ora, è inutile. La calma è la virtù dei forti. Le reazioni inconsulte non servono a nulla, la guerra commerciale fa danni a tutti. Innanzitutto all’economia Usa. Aumenterà l’inflazione e il costo del denaro”. E quindi un invito diretto a Bruxelles a mettere in campo “una eventuale scelta di reazione che sia intelligente e non controproducente: se mettiamo i dazi sul whiskey, e ne importiamo poco, e loro ci mettono i controdazi sul vino, che esportiamo molto, ci diamo la zappa sui piedi da soli. Le reazioni non vanno fatte di pancia”. Al governo s’è rivolta Confindustria affermando che le attuali previsioni di crescita del pil a +0,6% rischiano di ridimensionarsi fino a un ben più striminzito +0,2% e ha chiesto, con il presidente Emanuele Orsini, il “coraggio” di prendere provvedimenti. In Germania, l’Ifo ha lanciato un allarme: coi dazi, l’export tedesco lascerà sul terreno il 2,4%. E c’è poco da festeggiare dal momento che l’industria italiana, vieppiù quella del Nord, ha un rapporto strettissimo con l’area mitteleuropea. I segnali, però, non sono positivi e questa faccenda dei dazi rischia di trasformarsi in un’operazione fallimentare comunque andrà per l’Ue. Con l’America che alzerà sempre di più pretese e richieste (vedasi l’atteggiamento di Meta che ha scelto di snobbare le ingiunzioni del Fisco italiano sicura che, poi, tutto si accomoderà) mentre la Cina aspetta di portarsi a casa quel che resta dell’automotive (Byd, solo in Italia, ha recuperato l’1% del mercato) e della farmaceutica se si avvererà lo scenario tratteggiato da Marcello Cattani, presidente Farmindustria, secondo cui con le tariffe “ci sarà una possibile carenza di medicinali, un aumento dei costi e, soprattutto, un effetto domino che sposterà gli investimenti in ricerca e innovazione in Cina”. Non sarà per forza una catastrofe. Di sicuro sarà un cambio di paradigma. L’importante è passare la nottata.


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