Attualità

CULTURA ITALIAE – Se l’Autonomia non fa così bene

di Angelo Argento -


“Cu mi duna pani u chiamu papà”. (Chi mi dà il pane, lo chiamo papà). Proverbio siciliano, antico e diretto, che racchiude una visione del mondo fatta di pragmatismo e gratitudine. Ma a distanza di quasi ottant’anni dalla concessione dello Statuto speciale alla Sicilia, viene spontaneo chiedersi: chi ha davvero dato il “pane” o “l’acqua” a questa terra? Lo Stato o l’autonomia? L’autonomia speciale della Sicilia, sancita dalla Costituzione italiana all’art. 116 e attuata con lo Statuto speciale del 1946, è stata per decenni considerata uno strumento di tutela e valorizzazione delle specificità storiche, culturali e geografiche dell’isola. Tuttavia, dopo quasi ottant’anni, è legittimo e necessario chiedersi se questo modello sia ancora efficace e utile. E la risposta, sempre più diffusa, è negativa. L’autonomia siciliana si è trasformata in una gabbia burocratica, un privilegio sterile che non ha portato né sviluppo né efficienza amministrativa. La Sicilia è oggi una delle regioni più arretrate d’Europa in termini di occupazione, infrastrutture, servizi pubblici e qualità della vita. L’autonomia non ha arginato la povertà, non ha migliorato i trasporti, non ha reso più snelle e moderne le istituzioni locali. Anzi, con una legislazione parallela a quella nazionale, una propria Corte dei conti e un bilancio autonomo, ha prodotto una sovrapposizione di competenze che ha finito per rallentare decisioni e aumentare i costi. La Regione Siciliana è diventata un apparato pesante, autoreferenziale, che assorbe risorse senza tradurle in benefici per i cittadini. Inoltre l’autonomia fiscale si è rivelata un’illusione. La Regione vive da anni in condizioni di squilibrio strutturale, ricorrendo sistematicamente al supporto dello Stato per evitare il collasso finanziario. Questo paradosso dimostra quanto il sistema attuale sia inefficiente e disequilibrato. Eliminare l’autonomia non significa negare la specificità siciliana, ma superare un modello ormai anacronistico e ricondurre la Regione a una gestione ordinaria, fondata su criteri di responsabilità, efficienza e trasparenza. Mantenere uno statuto speciale che non produce risultati non ha più senso. È giunto il momento di riformare profondamente il rapporto tra la Sicilia e lo Stato. Un ritorno al regime ordinario, ben calibrato e accompagnato da un serio progetto di rilancio amministrativo e infrastrutturale, può garantire molto più dell’autonomia speciale: può dare ai siciliani istituzioni più moderne, servizi più efficienti e opportunità reali di sviluppo. L’autonomia doveva essere uno strumento per crescere. Si è rivelata un alibi per restare fermi. Cambiare è non solo possibile, ma necessario.


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