PRIMA PAGINA – BORSEggiatori
I dazi o la Borsa. Le perdite in Borsa di ieri, prima della chiusura a Milano, hanno riportato alla mente i grandi avvenimenti degli ultimi anni: i dazi americani hanno depresso specialmente il settore bancario e assicurativo. Piazza Affari, dopo il flop di giovedì, è arrivata a bruciare 50 miliardi di capitalizzazione e a piombare sotto i 35mila punti con una perdita di poco superiore ai 7,5 punti percentuali, uguale a quella che s’ebbe l’11 settembre 2001. In coda, però, la Borsa ha recuperato e Milano ha chiuso la seduta al -6,5%. Meglio dell’inizio della guerra Russia-Ucraina (-6,8%). Lontani, molto, dal punto più basso mai raggiunto, almeno nell’epoca recente: -17% sfiorato col Coronavirus e i primi lockdown e il -12,5 centrato quando la Gran Bretagna votò la Brexit facendo intendere al mondo che si fosse sull’orlo dell’Apocalisse. Milano è stata la peggiore d’Europa, a causa della natura stessa del tessuto produttivo italiano, fortemente sbilanciato verso l’export e in particolare quello verso gli States. La Borsa italiana ha risentito dei dazi Usa, eccome. Ma agli altri non è che sia andata meglio. Parigi cede 3,75 punti, Londra fa altrettanto (-3,77%), Francoforte tracolla (-4,12). Non va meglio negli States dove, in apertura, a Wall Street il Dow Jones ha perso poco più del 4% mentre il Nasdaq ha ceduto il 5,79%. Merito anche del governatore Jerome Powell secondo cui i dazi faranno alzare l’inflazione costringendo la Fed a mantenere alto il livello dei tassi. Caduta libera del petrolio che raggiunge i 62 dollari al barile, come non accadeva dal 2021 mentre il dollaro resta ben sotto la parità con l’euro (1,10). Quando accade qualcosa del genere poi va a finire che non si discuta d’altro: vuoi vedere che, nella mente di Trump, c’era proprio l’idea di seminare il caos sui mercati – sempre iper-suscettibili quando c’è un cambio di paradigma – quando ha detto di essere pronto a rivedere le sue decisioni sui dazi qualora dovessero “arrivare offerte fantastiche”. The Don, poi, s’è pure preso il lusso di rivolgersi agli investitori stranieri pronti a sbarcare negli States a cui ha promesso che le sue politiche “non cambieranno mai” e che è proprio questa “l’ora per diventare tutti ricchi”. La cosa più importante, però, riguarda l’apertura delle trattative. Dopo Israele, s’è prenotata la Turchia. L’Ue, nonostante tutto, spera ancora nei negoziati. Pechino, da parte sua, oltre al “solito” ricorso al Wto, ha annunciato una durissima reazione: controdazi al 34% sulle merci americane e controlli stringenti, quando non proprio ban all’export, di materie prime rare. Marco Rubio, segretario di Stato Usa, l’ha presa malissimo: “Tutto quello che fanno è esportare, inondare e falsare i mercati, oltre a tutte le tariffe e le barriere che mettono in atto”. Più pacato nei toni, ma non nella sostanza, è stato lo stesso Trump: “I cinesi se la sono giocata male. Sono andati nel panico. L’unica cosa che non possono permettersi di fare”. È guerra, commerciale, sia chiaro. Ma pur sempre guerra. Per affrontarla al meglio, dall’Asia si inizia a pensare ai mercati alternativi. E l’Ue potrebbe diventare, come ha ventilato nei giorni scorsi Christine Lagarde, uno sbocco naturale per il surplus commerciale del Dragone. L’Ue, però, ha anche un altro problema, gigantesco. Non sa come reagire, se fosse costretta a imporre controdazi. Big Tech, la prima indiziata, scaricherebbe in automatico i maggiori costi sugli utenti. C’è sempre la carta dei regolamenti e quella delle maxi sanzioni ma, ora, nessuno alla Casa Bianca accetterebbe come sentenza giuridica ciò che apparirebbe a tutti come un atto politico. Vieppiù se la sanzione, si parla di un miliardo, fosse irrogata a Elon Musk, che resta al Doge nonostante tutto, almeno per ora, almeno per un po’.
Qualche numero interessante arriva da The European House Ambrosetti secondo cui potrebbero costare, all’economia Ue, qualcosa come 104 miliardi di euro. Tanto ma, forse, nemmeno troppo. Emanuele Orsini, presidente Confindustria, fa appello alla calma: “Non ci dobbiamo far prendere dal panico e dobbiamo reagire tutti uniti e compatti in Europa per negoziare con gli Stati Uniti”. L’unica, al momento, è attendere. Trump ha ribaltato il tavolo, vuole imporre tutta la forza degli Stati Uniti sullo scenario globale. E non si fermerà fino a che non avrà ottenuto la sfilata di capi di Stato e di governo pronti a giocare al suo tavolo, con le sue regole. E fa spallucce se Goldman Sachs taglia le stime sul pil degli Usa mentre Rubio non ha alcun dubbio: “I mercati stanno crollando, e non le economie, perché crolla il valore delle azioni di aziende inserite in modalità di produzione negative per gli Usa ma si adatteranno alle nuove regole”. La premier Giorgia Meloni non fa drammi pur riconoscendo la gravità della situazione. Che non va affrontata come se fosse un qualcosa di metafisico, né come una maledizione dei dazi che per forza deve deprimere la Borsa e quindi tutto un sistema Paese, ma con la giusta freddezza: “Non è questione di speranza. Io credo che sia quello che va fatto. Per l’interesse nostro, per l’interesse della nostra economia, per l’interesse europeo, per l’interesse occidentale e quindi perseguo quello che ritengo sia più giusto”.
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