Il mondo paga dazio: crollo Borse, il caso Israele
epa11706141 A sign for Wall Street outside of the New York Stock Exchange in New York, New York, USA, 06 November 2024. The Dow Jones Industrial Average as well as other market indicators were up today by as much as 3% following news of Donald J. Trump winning the US presidential election overnight. EPA/JUSTIN LANE
Le Borse pagano dazio. Anzi, il mondo intero paga dazio. Pronti, via: Wall Street brucia duemila miliardi di dollari in apertura, la Casa Bianca ribadisce che quella dei dazi è “un’emergenza nazionale” e il mondo continua a sperare in quello che, nonostante ciò che (per ovvie ragioni) ne dica Karoline Leavitt, portavoce di Trump, l’intera vicenda dazi è: una spettacolare (e costosa) ricontrattazione dei rapporti economici e commerciali tra gli Usa e il resto del globo. Gli Stati Uniti li pagano già con il ribasso di tutti gli indici azionari che contano: su tutti, il tracollo del Nasdaq che lascia sul terreno il 6%. Il dollaro, poi, perde quota sull’euro: addio parità, un bigliettone costa “solo” 91 eurocent. In Europa le cose non è che vadano granché meglio. Le Borse chiudono in profondo rosso. Milano maglia nera perde il 3,6%, Parigi cede il 3,31%, Francoforte cala del 2,93%, Amsterdam brucia il 2,67%, Londra lascia sul terreno l’1,59%. Madrid (-1,08%) e Zurigo (-2,34%) completano il quadro di un’ordinaria giornata di paura sui mercati. Anzi, no. Perché in Europa si salva solo Lisbona: +0,13%. Finita qui? Manco per sogno: oltre a quello delle Borse anche il petrolio paga dazio e sprofonda a 66 dollari il barile, l’oro resta altissimo a 3.100 dollari. Lunedì ci sarà l’incontro a 27 con il commissario Ue Maros Sefcovic per fare il punto della situazione, con l’America e con la Cina. Intanto che Ursula punta sull’orgoglio ferito e annuncia controdazi, l’Europa si divide, come al solito. Parigi è già pronta alla “guerra commerciale”. La Francia, per evitare che le sue aziende decidano di investire negli States come chiesto da Trump, fa peggio di lui e chiude le frontiere. Non si muove una foglia. Madrid vuole stanziare 14,1 miliardi per sostenere la sua industria e la Germania non sa a che santo votarsi: gli industriali della chimica chiedono di non reagire, di “mantenere la calma” per “evitare l’escalation”. I politici, però, la pensano diversamente e Habeck suona la fanfara dell’unità continentale per far recedere Trump. Ben diversa, invece, è stata la reazione del governo israeliano che, a fronte delle tariffe Usa al 17% ha deciso di cancellare i residui dazi alla frontiera sui prodotti americani. Un altro approccio, quello auspicato dal Segretario di Stato Usa al Commercio, Howard Lutnik, che ha chiesto ai Paesi di “non reagire” all’offensiva Usa. Il mondo dell’economia, intanto, si muove. Stellantis ha reagito come fa sempre quando lo scontro è con la politica: ha sospeso la produzione in Canada e Messico e di conseguenza quella delle sue fabbriche americane che resteranno ferme a loro volta. Il risultato, rodato da decenni “italiani” è il solito: il problema è dei 900 operai Usa in attesa di una schiarita.
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