Economia

Istat: le famiglie spendono poco e tornano al risparmio

di Giovanni Vasso -


Sale il reddito e, leggermente, anche potere d’acquisto delle famiglie italiane ma si pagano più imposte, torna a salire la propensione al risparmio ma sprofondano gli investimenti: il quadro tracciato dall’Istat nei conti istituzionali per la parte che riguarda, appunto, le famiglie rivela che nel 2024 il reddito disponibile è salito del 2,7% ma il potere d’acquisto è aumentato in misura nettamente inferiore fermandosi all’1,3%. Complessivamente, il maggior reddito finito nella disponibilità degli italiani è stato quantificato in circa 35,2 miliardi. Il reddito primario, invece, è salito per una somma ritenuta pari a poco meno di 50 miliardi, per la precisione 49,5. A generare l’apporto positivo migliore sono stati i redditi da lavoro dipendente (+41,6 miliardi di euro, +5%). Un fatto che, però, non ha convinto fino in fondo le famiglie a spendere. Le brutte esperienze passate, dal carovita alla crisi energetica, hanno segnato gli italiani. Che hanno ripreso a risparmiare. L’attitudine da formichine dei cittadini è aumentata al 9% rispetto all’8,2% del 2023. E forse, considerando che il 2025 s’è aperto all’insegna degli aumenti in bolletta e del ritorno dell’incubo dell’inflazione, forse tutti i torti gli italiani non li hanno avuti. Comunque sia andata, fatto sta che la spesa in consumi, a fronte di un ritrovato aumento del reddito, non è salita come ci si poteva attendere bloccandosi all’1,7%. In pratica, le famiglie hanno speso “solo” 21,3 miliardi in più rispetto al 2023.

Bene anche i redditi imputati per l’utilizzo delle abitazioni di proprietà (+7,9 miliardi di euro, +4,8%) e quelli derivanti dall’attività imprenditoriale (+1,4 miliardi di euro, +0,4%). Scendono, invece, i redditi da capitale finanziario (-1,4 miliardi di euro, -1,9%). Insomma, investire non ha pagato. Ed è (anche) per questo se il tasso legato a questo parametro ha registrato una brusca discesa: dal 10,2% del 2023 al 9,3% dell’anno scorso. A frenare gli investimenti è stata anche la tassazione. L’altra faccia della medaglia è, difatti, rappresentata dall’aumento delle imposte che le famiglie hanno corrisposto all’Erario. L’Irpef pagata dalle famiglie, riferisce l’Istat, in media è salita del 5% mentre le ritenute sui prodotti di risparmio gestito e più in generale sui redditi da capitale sono schizzate del 67,1%. Se per i lavoratori dipendenti è andata, più o meno, bene per ciò che riguarda i contributi (-0,7%, per un minor esborso complessivo pari a 300 milioni di euro), per gli autonomi c’è stata un’altra stangata: +6,9%, e maggior spesa stimata in ben 2,9 miliardi di euro. Il saldo è presto fatto: dalle tasche degli italiani sono usciti poco più di tredici miliardi in più solo di contributi. Da aggiungere ai 19,5 miliardi di imposte correnti pagati in più dalle famiglie rispetto al 2023. Contestualmente gli aumenti delle pensioni hanno fatto salire del 5,1% (per 23,3 miliardi di euro) le spese sociali. Proprio gli enti di previdenza hanno speso 17,5 miliardi in più rispetto al 2023. Soldi a cui vanno aggiunti gli 1,8 miliardi liquidati per gli assegni familiari. Una somma lievemente inferiore (-1,6 miliardi) è stata “risparmiata” a fronte dei tagli per i sussidi contro l’esclusione sociale.

In termini “macro” però la vera stangata alle famiglie, secondo l’Istat, è arrivata dalla fine del Superbonus. Con l’addio al bonus edilizio per eccellenza le amministrazioni pubbliche hanno “risparmiato” in termini di investimenti erogati alle famiglie qualcosa come 77,6 miliardi di euro. Poco più di un terzo dell’intero ammontare del Pnrr, per intendersi. Ma la cifra diventa ancora più rilevante se si calcolano anche gli altri bonus su acquisto di case e manutenzione straordinaria che sono stati cancellati con un tratto di penna: -6,5% e risparmi, rispetto al 2023, pari a ben 8,8 miliardi di euro.

Le imprese non finanziarie hanno invece registrato un calo del tasso di profitto (sceso dal 46,1% del 2023 al 43,3%) a causa della diminuzione del 5,2% del risultato lordo di gestione. Il valore aggiunto cresce ma poco: solo dello 0,9 per cento mentre gli investimenti delle imprese restano sostanzialmente stabili al 22%. Tasse e aumenti degli stipendi avrebbero complicato i bilanci delle aziende, secondo l’Istat, che avrebbero pure da che recriminare per la diminuzione dei contributi alla produzione. Per le società finanziarie, invece, le cose vanno decisamente meglio. Il valore aggiunto del settore sale del 5,2% mentre il risultato lordo di gestione sale del 5,9%. Il reddito primario ha registrato una crescita significativa del 15,1% (+8,8 miliardi di euro) per l’aumento del saldo netto dei redditi da capitale (+5,6 miliardi di euro rispetto al 2023), a seguito dell’incremento registrato negli interessi netti (+55,0%, +9,7 miliardi di euro). Il risparmio del settore ha presentato un aumento di 5,5 miliardi di euro (+11,6% rispetto al 2023) per effetto dell’aumento delle imposte correnti (+0,9 miliardi) e la riduzione del saldo dei trasferimenti correnti in entrata al settore (-2,4 miliardi di euro).
Gli investimenti delle imprese finanziarie hanno mostrato un lieve aumento dell’1,0% rispetto al 2023.


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