Strage di Pioltello, una sola condanna e otto assoluzioni
I familiari delle vittime della strage di Pioltello gridano di non avere avuto giustizia. Perché ieri i giudici della V sezione del Tribunale di Milano hanno assolto tutti i vertici di Rfi – Rete Ferroviaria Italiana, sostenendo che il fatto non sussiste o per non aver commesso il fatto, condannando uno solo dei manager, ritenuto responsabile del terribile incidente del 25 gennaio 2018, quando la rottura di un giunto usurato sui binari, che doveva essere sostituito da mesi, provocò il deragliamento del treno regionale 10452 Cremona-Milano Porta Garibaldi, con a bordo 350 pendolari, poco dopo la stazione di Pioltello, provocando la morte di tre passeggeri e il ferimento di 100 persone, oltre a danni ingenti per oltre 6 milioni di euro. Per la strage, i pm milanesi Maura Ripamonti e Leonardo Lesti avevano chiesto al collegio di condannare, oltre al vertice dell’Unità manutentiva di Brescia Marco Albanesi, a cui è stata inflitta la pena di 5 anni e 3 mesi, anche l’allora responsabile della Dtp-Direzione territoriale produzione di Rfi, Vincenzo Macello, per il quale era stati sollecitati sette anni e 10 mesi, a sei anni e 10 mesi Andrea Guerini, all’epoca a capo delle Linee Sud della Direzione territoriale produzione di Milano, a quattro anni e 4 mesi l’ex amministratore delegato di Rete Ferroviaria Italiana, Maurizio Gentile, e alla stessa pena l’ex direttore produzione Umberto Lebruto. Tutti assolti, alcuni con formula piena, perché il fatto non sussiste, altri per non aver commesso il fatto. Così come è stata ritenuta innocente la società Rfi, per la quale la Procura di Milano aveva chiesto una sanzione da 900mila euro, in base alla legge 231/2001 sulla responsabilità amministrativa degli enti per reati commessi dai dirigenti nell’interesse aziendale. Assolti, infine, altri tre manager, che erano finiti alla sbarra per le stesse accuse, che vanno, a vario titolo, dal disastro ferroviario all’omicidio plurimo, dalle lesioni plurime colpose alle violazioni e omissioni sulla normativa per la sicurezza sul lavoro e la prevenzione degli infortuni.
Anche perché, secondo i pubblici ministeri, l’incidente di Pioltello era stato l’ultimo anello di una lunga serie di “omissioni” nella “manutenzione” e nella “sicurezza” che, come hanno sottolineato nella requisitoria, sarebbero state “riconducibili all’interesse di Rete Ferroviaria Italiana”, in quanto i lavori di manutenzione su quella tratta avrebbero “comportato tempi di indisponibilità dell’infrastruttura incompatibili con gli obiettivi aziendali”.
Un impianto accusatorio rispedito al mittente dalle difese degli imputati, che hanno addebitato le responsabilità agli operai manutentori, che la Procura non ha mai indagato per mancanza di elementi ma che, secondo i difensori, “avevano il potere di intervenire e chiedere la sospensione della circolazione”, anche perché, a differenza dei vertici di Rfi, “conoscevano bene ciò che andava fatto, ma per varie ragioni si discostarono dalle procedure di sicurezza”. Gli avvocati, a quel punto, hanno dipinto gli imputati come “vittime di una responsabilità oggettiva, meramente di posizione, rovesciata su loro senza che ad essi fossero addebitabili condotte soggettivamente rimproverabili” all’interno di una grande società con una struttura complessa organizzata per deleghe e competenze. Insomma, i dirigenti di Rfi non potevano sapere che quel giunto fosse usurato e necessitasse di una sostituzione, visto che non è stata trovata traccia di flussi informativi sulla questione. Del tutto differente la situazione di Albanesi, le cui motivazioni della condanna saranno depositate entro 90 giorni, ma intanto sulla sua posizione è intervenuto con una nota il presidente del Tribunale di Milano Fabio Roia, il quale ha sottolineato come i giudici della V sezione, che hanno ritenuto colpevole il manager per disastro ferroviario, omicidio colposo e lesioni colpose, hanno “addebitato la colposa sottovalutazione del rischio, a lui noto, di rottura del giunto isolante incollato ammalorato”.
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